La sterilità, una cosa che capita agli altri. Così pensano in tanti. Un modo di rimuovere, esorcizzare, proteggersi. Ma cosa succede quando capita davvero a te?
Succede di ritrovarsi all’improvviso proiettati in una realtà diversa, cambia la percezione della realtà, cambia il modo di vedere e di essere visti.
Capita di scoprire, con disappunto, rabbia, disperazione, che la sterilità non è dai più considerata una malattia, ma una sorta di marchio d’infamia.
E che la sua cura, la fecondazione assistita, non è vista come un modo di superare l’ostacolo, ma un agghiacciante esperimento alla frankenstein, e un modo per legittimare capricci e ossessioni delle donne rispetto all’idea di maternità. Il malato non viene compatito e consolato, ma additato e accusato.
Il messaggio dell’autrice è il diritto delle donne sterili di provare a curarsi. E ancor più il diritto di raccontare il proprio percorso senza doversi macerare nel dubbio: “Farà bene alla causa della pma?” Solo perseguendo questo diritto alla cura e alla parola si tutelerà l’altro diritto, fulcro di ogni società che voglia chiamarsi civile: la libertà di decidere per se stessi. Che non è diritto di realizzare ogni desiderio, ma diritto di provare a perseguirlo. Che è anche il diritto di rinunciare a perseguirlo. Un diritto, quest’ultimo, che hail sapore acre della sconfitta, talvolta, ma che sconfitta non è: chi sceglie, chi difende questa libertà, di fare o di non fare, non è sconfitto, mai.
Realizzazione sito web: Akabit, Perugia Illustrazioni di Tiziana Rinaldi