Un padre adottivo racconta in prima persona il lungo e tormentato percorso per incontrare la figlia che la sorte gli ha destinato.
Una cronaca vissuta pienamente in ogni emozione, ogni frustrazione, ogni timore, nella lunga attesa di una figlia nata altrove.
Lettere commoventi scritte a colei che attende che i suoi genitori la ri-trovino in un lontano paese dell’Est.
Comici personaggi che interpretano la loro parte di burocrati lasciandoci il dubbio della loro utilità.
L’indizio insospettato di una macchina fotografica che porta nel nome il destino segnato del suo proprietario.
C’è tanta ironia e molta dolcezza in questa storia di adozione.
Un padre adottivo racconta il lungo e tormentato percorso per incontrare la figlia che la sorte gli ha destinato.
Dal libro emerge come il percorso che devono compiere gli aspiranti genitori adottivi sia lungo e costellato di difficoltà: infinite pratiche burocratiche, tanti uffici da girare e file da fare, bolli e certificati da ottenere ma soprattutto il disagio di affrontare colloqui che sembra mettano a nudo la propria anima, che danno continuamente l’idea di dover superare un esame per ottenere il patentino di genitori.
Questa signora di mezz’età conosce il nostro stato di salute, il nostro reddito, la storia della nostra vita e del nostro amore, le nostre aspirazioni e i nostri sogni, i nostri dubbi e le nostre paure, i nostri gusti. Ora conosce anche di quanti metri quadrati è il nostro appartamento, come sono fatti i mobili, qual è il nostro gusto in fatto di arte, con quale legno è costruita la cucina, che genere di libri leggiamo, che il nostro letto è in ferro battuto, che la televisione è rotta. Siamo un libro aperto che non voleva essere sfogliato.
Leggendo il racconto di Fabio Selini, profondamente autobiografico, realizzato con ironia, dolcezza ed emozione, viviamo con Paolo, il protagonista, tutte le emozioni che accompagnano l’attesa adottiva, vissuta spesso diversamente dai due aspiranti genitori.
E con il loro percorso comprendiamo tutte le difficoltà che devono attraversare, compresa l’ansia di dover sembrare perfetti:
Che peccato mai farà un genitore adottivo ad augurarsi che le cose sembrino meno complicate di quello che paiono? Perché dobbiamo essere votati per forza al sacrificio? Già nei colloqui all’asl, dai quali tutti noi veniamo, c’è stata instillata questa logica dell’espiazione e della sofferenza, della ricerca della perfezione. Come se fosse una conquista per forza patita quella di accogliere in famiglia un bimbo. Questo alone penitenziale, questo cilicio che dobbiamo per forza indossare è una cosa che non capisco, che non voglio accettare.
Realizzazione sito web: Akabit, Perugia Illustrazioni di Tiziana Rinaldi